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Ricordo del poeta Salvatore Equizzi


Federico Vaccaro

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Salvatore Equizzi declama una poesia

Nei primi giorni del novembre 1985, in casa di un parente, ebbi modo di leggere alcune poesie di Salvatore Equizzi, poeta dialettale che sconoscevo. Si trattava di una pubblicazione postuma, che i figli, per onorare la memoria del padre e per ricordarlo a chi l‘aveva conosciuto (e, aggiungo io, per farlo conoscere a chi non aveva ancora avuto la fortuna di conoscerlo), avevano da poco pubblicato: “La civata” per l’appunto, con la prefazione del poeta Emanuele Angileri. Una cinquantina di poesie che, rapito dalla loro freschezza, divorai quella sera stessa. Ero purtroppo abituato a leggere sul “Giornale di Sicilia”, su - Diciamolo in Versi – una rubrica di cui ero stato promotore, poesie (con la “p” minuscola) i cui autori, in massima parte verseggiatori, raccontavano e/o commentavano accadimenti di cronaca o di politica. Cioè raramente si faceva poesia. Le poesie dell’Equizzi mi toccarono talmente che il giorno dopo portai al Giornale un sonetto dedicato al Poeta e che venne pubblicato il 7 novembre. Di recente ho inserito questi versi nella rubrica che l’Editore di Sicilia nel Mondo ha voluto concedermi.

Se dovessi paragonare ad un cibo la poesia di questo poeta dall’animo gentile, questo non potrebbe che essere il profumato buon pane di casa, compito delle massaie di una volta. Sono infatti i suoi versi, lontani da parole cervellotiche e da sentimenti complicati, indirizzati invece verso la natura (la civata appunto è il cibo che mamma passera porta ai suo passerotti nel nido), verso i propri cari, verso il proprio paese.

Dai figli, conosciuti in seguito alla pubblicazione della mia poesia dedicata al padre, ebbi modo di conoscere tante qualità di questo poeta-fioraio. Nella Palermo degli anni cinquanta, in quel povero dopoguerra, una delle iniziative che l’Amministrazione comunale della città metteva in campo era la Sfilata primaverile dei carri decorati con fiori. Era un avvenimento al quale io ed i miei familiari non mancavamo mai di assistere. Tra quei carri così artisticamente decorati non ho sicuramente mancato di vedere, inconsapevolmente, quelli del più volte vincitore Salvatore Equizzi, che così dimostrava la sua creatività ed il suo talento artistico.

Estraggo poche note biografiche dalla pubblicazione del poeta palermitano nato nel 1907 e morto a 57 anni. Al luttuoso evento, il “Po’ t’u cuntu”, giornale quindicinale di poesia dialettale diretto dal poeta Peppino Denaro, titola: “L’usignolo palermitano è morto”. Il poemetto “Primavera” pubblicato nel 1937 fa ricevere all’Equizzi gli elogi del poeta e Senatore G. A. Cesareo (che fu ministro della Pubblica Istruzione del Regno). Numerosi furono i riconoscimenti e i plausi degli uomini di cultura dell’epoca e dei giornali tra i quali “Il Popolo di Roma”.

Concludendo non riesco a trattenermi dall’inserire una poesia di quattro strofe in sesta rima che, insieme al figlio minore del poeta, Franco, avevamo scoperto stampata con due errori di interpretazione del manoscritto:

PASSARU CANARIU

Passareddu canariu, lu to’ munnu

è tuttu ccà ‘ntra un parmu di galera

l’arvuli, forsi, mancu sai unni sunnu

nun sai cu è la bedda primavera:

forsi pi tia di notti c’è cchiù luci

picchì ti ‘nsonni sti cusuzzi duci.

A l’arba, cu l’ucchiuzzi ancora chini

d’un sonnu spisu ‘ntra ciureri e gai

‘ntra pratuleddi, amenta e paparini,

canti, la cchiù amurusa ca tu sai,

canzuna duci ca li petri smovi,

e la stissa prigioni si cummmovi.

Iu puru mi cummovu e ti darrìa

tutta la libirtati ca t’inciamma,

poi penzu: e si lu mannu a la stranìa

doppu tant’anni, cu ci fa di mamma?

L’aluzza stissa cchiù nun lu susteni

e cchiù amari sarrianu li peni.

Tu torci lu cudduzzu, mi talii,

pari ca l’affirrassi sti pinseri,

doppu t’arriffi tuttu e strantulii,

ti gratti la tistuzza cu li peri;

poi canti, e vo’ sapiri chi mi dici?

Cu’ si contenta è un éssiri filici!

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